IV Dom  t o/B 29.11.2012

Dt 18,15-20; Sal 94/95,1-2;6-9;1Cor 7,32-35; Mc1,21-28.

… quel profeta dovrà morire…

Dovrà morire il profeta infedele. Quel profeta. presuntuoso, che si permette di far passare come volontà di Dio, come parola di Dio, ciò che Egli non ha detto. Il popolo israelita ha chiesto di non sentire direttamente la voce di Dio: “Che io non oda più la voce del Signore”. Per questa ragione Dio avrebbe suscitato tra il popolo un profeta uguale a Mosé. Ciò che gli si chiede, però, è la fedeltà a Dio nella trasmissione delle parole che Dio stesso gli avrebbe messo in bocca. Se così non fosse stato gliene sarebbe stato chiesto conto. E’ ovvio, stando a questo testo, che sarebbe insano sapere di dovere essere fedeli a Dio e non esserlo per ragioni varie. San Paolo individua per esempio un impedimento nelle preoccupazioni: “Io vorrei che foste senza preoccupazioni”. Queste infatti possono distogliere dalla dedizione a Dio. Ciò che lui dice potrebbe sembrare un laccio ma in effetti non lo è perché egli desidera: “…che vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni”. Anche l’insegnamento religioso può essere un impedimento alla fedeltà quando colui che insegna non insegna la parola di Dio, ma quella sua personale. Gli scribi non suscitavano più stupore perché il loro insegnamento era senza autorità. Lo capisce bene l’indemoniato perché evidenzia che la presenza di Gesù mette a repentaglio il potere demoniaco: “Che vuoi da noi, Gesù Nazarene? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio”. Fedeltà, libertà dalle preoccupazioni e trasmissione della parola di Dio sono gli strumenti per potere insegnare e avvicinare le persone a Dio. Questo sembra quello che il cristiano deve fare se vuole essere presenza di Dio in mezzo al popolo ed in mezzo a tutti profeti, che sono miriadi, nel nostro mondo(Don Leone Calambrogio).